Riforma agraria 1950

La fine del secondo conflitto mondiale ha rappresentato un punto di svolta nel dibattito sulla questione meridionale intesa come questione agraria, già individuato, da Gramsci Salvemini e Dorso.

La preoccupazione della classe politica di dare una soluzione allo squilibrio tra nord e sud, a mano a mano che le popolazioni meridionali insorgevano e occupavano vaste estensioni di latifondo.

Infatti, al rientro dei reduci di guerra le campagne meridionali si trasformarono in conflitti socialista causa delle occupazioni delle terre.

Il movimento prese piede dal 1944 prima nelle aree, dove regnava il latifondo, per poi diffondersi nelle altre regioni d’Italia.

In risposta alle tensioni si adottarono provvedimenti nel settore agricolo dal governo, “I decreti Gullo”, ministro dell’agricoltura, nel 1944: tali decreti imponevano obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, promuovevano interventi di bonifica delle terre e trasformazione del latifondo, oltre a provvedere per le assegnazioni delle terre demaniali ai contadini.

In Basilicata la stagione delle lotte contadine iniziò con la rivolta della marzo 1940 Di san Mauro Forte, dilagò in vari paesi compreso Matera.

Tra il 1945-46 le proteste dei contadini riesplosero a Matera e Ferrandina che condussero all’ emissione da parte del prefetto di Matera, di un decreto che rappresenta l’anticipazione della riforma fondiaria, in quanto obbligava la cessione in fitto di cooperative fino al 20% delle aziende di estensione superiore ai 150 ettari.

Nei mesi che precedettero le elezioni del 18 aprile 1948, la riforma agraria aveva rappresentato un’arma elettorale tanto per le forze di sinistra quanto per la DC; nel frattempo, la necessità di affrontare e risolvere il sottosviluppo del Mezzogiorno.

Con la vittoria della DC impose al partito di governo di lavorare concretamente al disegno di riforma che non riguardava solo la bonifica di terreni improduttivi, ma modificare la piattaforma ambientale dell’agricoltura meridionale.